Tra le immagini che potevo scegliere, ho scelto queste: ritratti. Semplici ritratti verticali senza nulla di eclatante, a parte lo sguardo dell’altro che si acclara all’obiettivo in una gratuità disarmante. Anche la luce, così come i colori, non ha nulla di eclatante. Ritratti che abitano un sottile equilibrio di prossimità e distanza (credo come ogni ritratto, del resto).

Ho letto fin troppo sullo sguardo dell’obiettivo, e credo però ancora troppo poco sul soggetto che a quell’obiettivo rivolge il suo sguardo — se davvero a lui lo rivolge.

Di chi ho fotografato qualcosa so, ovviamente. Non ricordo però se l’ho saputo prima o dopo lo scatto. A guardar bene, e mettendomi a parte della mia immaginazione, qualcosa di essi affiora già dalla posa che il loro corpo ha scelto.

Il ragazzo col cane mi sembra il più timido: lo intuisco dal sorriso appena accennato e da quel piccolo rifugio che sono i suoi occhiali da sole. In questa foto, però, è lo sguardo del cane a catturarmi davvero. Il ragazzo con la “mazza” da cricket (ero a Siracusa) assume invece una posa quasi fiera. Il ragazzino col pallone ai piedi è la mia preferita. Forse perché l’immagine è asciutta e nuda - e mi viene da dire dolce, con una punta di malinconia sospesa.

Mi piace parlare di Karol, la donna con le braccia incrociate. Lei mi ha fatto subito pensare a quelle donne che, nella cultura afroamericana, sono dette Big Mama (lo dico oltre gli stereotipi): donne pilastro che garantiscono per la comunità, la tengono in piedi, sono sagge e, se occorre, intervengono. Mi hanno raccontato che Karol non ci pensa due volte a mettere in riga chi lascia sporco lungo la sua strada. Mi piace Karol, e spero di rivederla.

Concludo dicendo che invece non mi piace chi va a fare foto allo zoo vestito da safari, e una delle mie canzoni preferite è I’m Not There, “Io non sono qui”.